La Contessa Nettel

Non potendola toccare, mi sfogavo a fare le fotografie con una macchinetta marca Contessa Nettel che mi ero portata dietro in quel viaggio. Gliene feci sul balcone di casa sua, per le strade in campagna quando si andava con tutta la famiglia a passare la giornata nel podere dello zio Archimede. Dopo ogni fotografia Catina si rassettava confusa e ad occhi bassi, come se avesse subito un contatto. Camminava perfino sgangherata e di malavoglia, saettandomi dolci occhiate di rimprovero per quello che avevo fatto. Se eravamo sul balcone si lasciava andare sfinita e col capo rovesciato sulla spalliera della poltrona. Eccitato da quegli effetti seguitavo a fare le fotografie, anche quando non avevo più pellicole, simulando una lenta messa a fuoco solo per il piacere di quella piccola violenza, gli occhi negli occhi, fino allo scatto a vuoto dell’otturatore. Ritiravo poi il soffietto, sistemavo i meccanismi, riponevo l’apparecchio nel suo fodero come se a mia volta mi ricomponessi, e stavo a contemplare la vergogna di Catina che aveva l’aria di avermi dato tutto.
Dal racconto: Con la faccia per terra, di Piero Chiara.

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